Artide, la geopolitica dello scioglimento dei ghiacciai

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Il clima sta cambiando, le temperature medie globali si alzano e i ghiacci si stanno sciogliendo. Dati di fatto che avranno ripercussioni in tanti ambiti. Non ci sono solo i livelli del mare che si elevano e mettono a repentaglio la sicurezza delle coste di tanti Paesi nel mondo, ma si profilano anche acredini geopolitiche.

Russia, Stati Uniti, Danimarca, Norvegia e Canada

Ci sono alcune potenze mondiali che hanno posto le proprie bandiere su in alcune zone considerate strategiche nell’artico. Il 2 agosto 2007 un sommergibile russo piazza una bandiera di titanio sul fondale marino e si scatenano polemiche sulla neutralità delle acque artiche. Le potenze che si spartiscono parte di questi mari sono Russia, Usa, Danimarca, Norvegia e Canada che hanno delineato alcune zone esclusive di commercio. Ci sono poi territori che sono, appunto, neutrali. In condizioni normali il mantenimento dei confini non sarebbe un problema insormontabile, ma in un contesto in cui sono i confini stessi a modificarsi per gli effetti dello scioglimento dei ghiacci, le cose cambiano.

Il territorio che cambia

Con il minuire della superficie ghiacciata delle banchise aumenta l’estensione delle acque e di conseguenza si scombinano i precari equilibri tra i Paesi che vi si affacciano. Le rotte commerciali saranno mantenute o saranno modificate? Saranno fatti nuovi trattati? Domande da porsi anche perché non sono scontati sconfinamenti per la mancanza di punti di riferimento da qui in avanti. Le condizioni dell’artico non sono delle migliori e con il progressivo deterioramento dei ghiacciai si aprono anche opportunità economiche in aree dapprima irraggiungibili (anche per motivi di preservazione dell’ecosistema).

Risorse nuove

Con nuove “vie d’acqua” si rinnoverebbe anche la corsa a nuovi giacimenti di gas naturale e petrolio. Per una società affamata di energia è un invito a nozze. Per molti anni la regione è stata dipinta come una nuova frontiera estremamente appetibile per gli idrocarburi presenti. Tra l’altro, oltre agli Stati sopra citati, alla golden rush potrebbero anche aggiungersi Francia, Giappone e Cina. Il territorio si allarga e aumentano i giocatori, tutti ingolositi dalle risorse naturali. Caffè Geopolitico ha in un articolo di fine 2018 parlava di un valore di circa 35 mila miliardi di dollari in risorse naturali, senza considerare i giacimenti di argento, diamanti, grafite che si trovano intatte in quella parte di mondo.

…e via commerciali

Nel prossimo futuro le potenze artiche potrebbero avere la possibilità di passare più agilmente nell’Oceano pacifico, incrementando di gran lunga i propri traffici commerciali. La Russia è il Paese che su tutti avrebbe più benefici. Mosca vorrebbe che il 20-30% delle proprie risorsi arrivi dall’artico entro il 2050 senza considerare che l’apertura del passaggio a nord-est gli garantirebbe un risparmio di tempo per i trasporti via mare verso il Pacifico di quasi il 40% rispetto a oggi.

Il problema: investire nel cambiamento climatico

E qui il paradosso. Detto tutto ciò, alla luce del diffondersi di una coscienza ambientalista e climatica in tutto il mondo (si vedano le marce per il clima nel 2019) quanto effettivamente conviene alle potenze ridurre l’impatto dell’uomo sul pianeta? Ben poco purtroppo. Da un punto di vista economico quasi converrebbe. Pensando sempre alla Russia e agli appetiti delle multinazionali (Gazprom su tutte) quanto davvero è forte l’interesse nel preservare un ecosistema così fragile sapendo che il suo continuo degradarsi potrebbe aprire opportunità di questo tipo?  La domanda è posta, la risposta no, ma è facile immaginarla.

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