Il destino incerto della diversità in Amazzonia

Jair Bolsonaro è il nuovo presidente del Brasile. Di origine italiana (gli avi erano lucchesi e calabresi), Bolsonaro esprime quanto più di destra ci sia nel Paese, tanto da essere un nostalgico della dittatura (1964-1984) e noto misogino, omofobo e razzista. Uno dei suoi punti programmatici emerso durante la campagna elettorale a metà 2018 ha riguardato l’attuale situazione degli indigeni in Amazzonia. Nelle occasioni di dibattito pubblico ha più volte spiegato che le popolazioni locali dovranno essere integrate “col vero Brasile” e avere accesso a tutte le modernità che il progresso ha gentilmente regalato all’uomo civilizzato.

Le prime direttive politiche

L’aspetto culturale che sottende ai discorsi di Bolsonaro è evidente. Loro sono incivili, noi civili. E già questa dicotomia, noi e loro, rende esplicita la volontà del nuovo presidente di non comprendere la diversità antropologica tipica del Brasile. Al di là degli slogan da campagna elettorale che fanno sempre scena (ne sappiamo qualcosa in Italia), Bolsonaro, come scrive Agi, ha preso una serie di iniziative in questo senso. Pochi giorni dopo il suo insediamento, Bolsonaro, con un ordine esecutivo, ha trasferito il potere di identificare e delimitare le terre indigene dal Funai (Fundação Nacional do Índio, l’organizzazione governativa brasiliana che si occupa della tutela dei popoli e delle terre indigene) al ministero dell’Agricoltura. In seconda battuta sempre a quest’ultimo dicastero sono state assegnate anche le competenze del ministero dell’Ambiente. Una mossa che ha concentrato in un unica istituzione due poteri fondamentali per la tutela dell’Amazzonia. Da una parte il riconoscimento delle terre spettanti ai vari gruppi etnici del polmone verde del mondo, dall’altra la tutela della biodiversità in senso stretto. In questo modo il ministero dell’Agricoltura avrà campo libero (o quasi) nel determinare politiche che andranno sempre più verso uno sfruttamento intensivo delle foreste. A guidarlo c’è Tereza Cristina Dias, già coordinatrice del Fronte parlamentare agricoltura (Fpa), formazione politica da sempre vicina agli interessi dei latifondisti e agricoltori. Ma c’è di più. Il Funai, che dipendeva dal ministero della Giustizia è stato spostato a quello delle Donne, della Famiglia e dei Diritti Umani. A capo del dicastero c’è Damares Alvares, avvocato e pastore evangelico antiabortista e fondatrice di Atini, un gruppo attivo nell’evangelizzazione delle comunità indigene e che è sotto indagine da parte della magistratura brasiliana per incitamento all’odio razziale. Il depotenziamento degli organi che tutelano l’Amazzonia è un primo passo, secondo molti, verso una nuova espansione industriale nell’area che potrebbe portare i livelli di disboscamento agli anni ’90, quando raggiunsero i loro massimi storici. Inoltre, secondo quanto raccolto da LifeGate, pare che ci sia anche intenzione di ridurre la spesa sanitaria riservata agli indios. Secondo alcuni, tuttavia, come ha spiegato Eduardo Viola, professore di relazioni internazionali alla Universidade de Brasília a National Geographic, la spinta propulsiva verso aree vergini avrà delle limitazioni da parte della comunità internazionale e dagli organismi di sorveglianza.

Loro e noi

Il Brasile è conosciuto come uno dei Paesi con la maggiore biodiversità al mondo. Dal punto di vista etnico ci sono circa 240 popoli per un ammontare 900 mila persone. Secondo il Funai di queste 77 tribù sono incontattate. Vivono isolate dal resto del mondo e così vogliono restare. Il concetto espresso da Bolsonaro che potrebbe essere riassumibile nello slogan “il vero Brasile” non è altro che la riproposizione di un concetto predatorio che vede nella civiltà occidentale l’unico viatico per il progresso. L’uniformità a cui il governo di Brasilia tende e che ricorda molto l’ostilità dei dittatori militari contro gli indios, pone Bolsonaro in netta continuità con le politiche nazionaliste che si stanno vivendo in Europa, ma soprattuttoun pioniere di una nuova rinascita colonizzatrice della città industrialmente avanzata nei confronti dei territori sterminati e occupati dai “selvaggi”. Basta prendere un libro di storia, anche delle elementari, per capire cosa potrebbe profilarsi all’orizzonte. Dallo sterminio dei Pellerossa in territori considerati disabitati dai bianchi colonizzatori, alle imprese ispaniche in sud America o ai genocidi perpetrati in Africa.

L’illegalità

Uno dei temi che preoccupano di più le associazioni e gli indigeni è il rischio dell’illegalità dilagante che potrebbe aumentare qualora mancassero davvero sistemi legislativi di controllo. Survival International, per esempio, teme che il popolo dei Kawahiva nel territorio del Rio Pardo possa essere oggetto delle mire dei taglialegna della vicina città di Colniza che vive prevalentemente della lavorazione di legname. Il tema è caldo e negli ultimi giorni è riemerso prepotentemente a causa di uno dei tanti fenomeni social: il cosiddetto #10yearschallenge. Per chi non lo sapesse questo “esperimento” invita gli utenti facebook a postare due foto, la prima del 2009 e l’altra di quest’anno per metterle a confronto. C’è chi l’ha fatto con il proprio profilo social, chi attraverso alcune immagini del pianeta che sta cambiando.

Tempo fa, forse proprio nel 2009, durante un corso di storia medievale all’università il mio professore disse a lezione che gli uomini nel medioevo sapevano come prendersi cura dei boschi vicino ai villaggi, perché proprio dalle selve proveniva quanto serviva per sostentarsi. Il bosco era funzionale alla sopravvivenza della comunità. Esattamente come allora, le popolazioni indigene vivono in simbiosi con quell’area e la tutelano poiché senza di essa non ci sarebbe futuro. E qui il grande dilemma. Il progresso può sopperire alla carenza dovuta all’abbattimento degli alberi e alla distruzione (limitata o meno) dell’Amazzonia? Forse prima di pensare a cosa il progresso può donare, si dovrebbe ragionare sul prezzo da pagare per ottenerlo.

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