Congo, quegli italiani che andavano nelle miniere

Eh si ci dimentichiamo spesso che anche gli italiani sono stati un popolo di migranti e che lo sono tutt’oggi. Parliamo di invasione quando siamo stati noi ad andare in Africa dalla fine dell’800 fino ai primi trent’anni del ‘900. E non di certo tenendo stretta una colomba tra le mani, bensì baionette e pistole. Al di là delle vicende coloniali italiane vorrei solo introdurre un tema che è legato alla presenza italiana in Africa, nella fattispecie nel Congo belga agli esordi del XX secolo.

Miniere e ferrovie

Il Congo belga (oggi Repubblica democratica del Congo) è stata per secoli sotto la dominazione belga. Prima proprietà privata del re Leopoldo II, poi colonia sotto la dominazione di Bruxelles dal 1908 fino al 1960. È noto come molti italiani partissero per andare a lavorare in Belgio come operai e minatori (si pensi alla tragedia di Marcinelle nel 1956) e questo flusso verso il piccolo regno ha avuto ramificazioni anche verso l’Africa, in Congo appunto. Di recente ho letto un libro sulla storia di questo Paese “Congo” di David Van Reybrouck che cita alcuni episodi in cui sono coinvolti anche gli italiani lì presenti. Qui un breve passo che Van Reybrouck ha ripreso dall’opera di  Bogumil Jewsiewicki “Mémoire collective et passé présent dans les discours historiques populaires zairois”:

Non c’era case in pietra o in mattoni. I neri dormivano in capanne, i bianchi in tende e in termitai (sic). Un gran numero di bianchi erano italiani

E ancora riguardo la costruzione della ferrovia da Matadi a Kinshasa

Nkasi, che da ragazzino aveva visto il padre lavorare alla costruzione della prima linea ferroviaria, era di nuovo presente. Era lui che spalava terra a Kinshasa, o no? ‘Adesso lavoravo di piccone’ Piccone lo dice in italiano, perché erano molti gli italiani coinvolti nel rifacimento della linea, tra cui il sorvegliante, monsieur Pasquale

Chi sta in mezzo

Ma gli italiani non erano solo minatori. Spesso ricoprivano, come il Pasquale citato da Van Reybrouck, dei ruoli di controllo e organizzazione. Inoltre la comunità italiana è diventata ben presto la più numerosa tra quelle europee (dopo quella belga) prendendo parte a quella segregazione razziale e classista tipica della dominazione del Belgio. Daniele Comberiati, professore associato di Italianistica presso l’Université Paul-Valéry di Montpellier, scrive su Zapruder, quadrimestrale dell’associazione Storie in movimento, che nella città di Lumumbashi la segregazione fra italiani, congolesi e belgi era assai evidente. La città era divisa in tre parti e gli italiani fungevano da cuscinetto tra le altre due entità. Erano addirittura chiamati “belgicains”, parola derivata dalla contrazione tra belges e africains. Insomma un ibrido.

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