Gurung e Newari, viaggio tra due etnie del Nepal

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La Galleria fotografica di apertura è  stata realizzata con i contributi di Martina Deana, Cristian D’Errico e Viola Pavoncello. Fotografie con i rispettivi copyright

In Nepal convivono un centinaio di etnie. Alcune riconducibili a pochi abitati sull’Himalaya o sui versanti immediatamente sotto ai giganti della catena montuosa. Due di queste etnie sono quelle dei Gurung e dei Newari. Due popoli diversi, per storia e attitudini.

I Gurung guerrieri, agricoltori e pastori

Pastori, coltivatori, guerrieri. L’etnia dei Gurung ha tante facce. Vivono in villaggi tra i monti a ridosso dell’Annapurna e nella valle di Kathmandu, lontani dalle strade ad alta percorrenza. Sono di origine mongolo-tibetana e sono stanziati sul versante occidentale dell’Himalaya. Ghandruk, Choomrong, Sinwa e Kimrong sono alcuni dei centri abitati a prevalenza Gurung, anche se, durante un mio recente viaggio in Nepal, mi sono soffermato a Gorkha, Ghalegaun, Sirubari, Bhujun, Lwang. Piccoli villaggi di un centinaio di abitanti. Quest’ultimi sono cordiali, gentili, ospitali, abituati (chi più chi meno) alle visite degli stranieri, molti dei quali sono diretti verso le ripide salite delle vette himalayane.

Guerrieri d’élite

I Gurung hanno una notevole fama nel mondo. Molti di loro hanno prestato servizio nei reggimenti Gurkha, il reparto scelto dell’esercito britannico che ha anche combattuto in Europa durante la seconda guerra mondiale. I nepalesi in generale vanno particolarmente fieri di questa tradizione bellica. Tra il serio e il faceto in tanti amano raccontare di epici scontri intrapresi dai soldati Gurkha armati dei loro temibili coltelli ricurvi, i Kukuri. Nella memoria di tutti lo scontro 30 contro 1 tra un soldato Gurkha e un gruppo di Talebani in Afghanistan nel 2010. Dipprasad Pun, 31 anni all’epoca, armato di un fucile e lanciarazzi, si è difeso come poteva durante un attacco avvenyuto nella notte del 17 settembre nella provincia di Helmand. Due giorni di scontro, fino alla vittoria finale. Dodici i nemici lasciati sul terreno. I Gurkha, che sono attualmente un’unità scelta del British army, vennero arruolati come volontari nell’esercito della Compagnia britannica delle Indie orientali dopo averli avuti come avversari nella guerra anglo-nepalese del 1812-1815. Aggressivi, disciplinati e fedeli all’Union jack anche durante le rivolte indiane del 1857. Nel ‘900, oltre alle campagne militari in Europa, i Gurkha vennero impiegati nella Falkland-Malvinas, Cipro e Kosovo. Di recente alcuni soldati hanno sorvegliato l’incontro tra il presidente Usa Donald Trump e l’omologo nord coreano Kim Jong-Un a luglio 2018 a Singapore. Inoltre nel 2015, delle truppe sono state impiegate nel supporto alle autorità locali nepalesi a seguito del terremoto che ha colpito il Paese. Contano in totale 3600 elementi e da molti sono considerati tra i migliori fanti al mondo. Il loro addestramento è durissimo. Ogni anno vengono selezionate 200 persone per essere impiegate nelle operazioni di assalto, supporto, ingegneria e logistica.

Pastori e agricoltori

Al di là delle vicende belliche, i Gurung si dedicano al pascolo di capre e bovini e alla raccolta di riso, miglio e mais. Durante gli spostamenti a piedi o in jeep non è difficile osservare numerosi terrazzamenti per le risaie. Così come è facile imbattersi in coloro che per ore affrontano i sentieri montani per andare e tornare dai campi. Giovani e meno giovani. L’età è relativa. Poco importa poi se le verdi colline e o i versanti montani sono spazzati dai costanti monsoni estivi. Il campo chiama e lungo i tragitti che collegano i vari abitati, si possono notare figure quasi spettrali che lentamente risalgono i sentieri di terra e fango, tra insetti e sanguisughe, per andare a cogliere quello che la terra offre.

Dalla collettivizzazione di Lwang

Nel villaggio di Lwang i campi sono condivisi e comunitari. I prodotti vengono ripartiti tra tutti. Salendo lungo un sentiero fatto a gradoni, si arriva a un gruppo di collinette adibite alla coltivazione del tè. Ogni giorno partono gruppi di persone (a rotazione) per la raccolta e una volta tornati al villaggio, i prodotti vengono portati in uno stabile che funge da fabbrica. Qui le foglie vengono stoccate, essiccate e lavorate per la produzione del tè.

…al rapporto datore lavoro-dipendente di Sirubari

Le cose cambiano a Sirubari. L’impatto visivo è didascalico. Lwang (come Bhujung e Ghalegaun) appare povero, essenziale. Sirubari, invece, si veste di elementi occidentali, costruzioni più curate, abitazioni riprodotte su modello quasi europeo (in buona parte). Una vetrina per turisti data la propensione degli abitanti ad affittare stanze “home stay” per chi viene in visita. Si percepisce un certo benessere. Ma attorno a questa piccola perla incastonata sul fianco di una collina, si snodano villaggi più poveri, con case costruite in legno, paglia e mattoni cotti al sole. Qui vivono i raccoglitori e i pastori che lavorano per gli abitanti più benestanti. Tecnicamente il villaggio è lo stesso, ma la differenza tra una zona e l’altra divide i ricchi dai poveri, dando l’impressione di visitare davvero abitati differenti.

Le scuole

In queste zone più depresse c’è anche la scuola, Shree Gaun Pharka lower secondary school. Uno stabile fatiscente, con stanze piccole, banchi accatastati, finestre con le sbarre e un cortile di erba e ghiaia. Ci sono circa 8 classi, lo studio della preside e la biblioteca. I bambini iniziano fin da subito con lo studio della lingua inglese. Poco distante, fuori dal cortile, c’è un campo di pallavolo, uno degli sport nazionali. Lì intorno, però, alcuni ragazzi più grandi vestono maglie del Real Madrid, Barcellona o altri club europei di calcio e si intrattengono volentieri con gli Europei che passano da quelle parti. Magari chiedono una sigaretta o impressioni sul villaggio e nominano grandi calciatori dei campionati occidentali. Sicuramente la lingua non è un ostacolo insormontabile, almeno tra i giovani. L’inglese bene o male viene parlato da tutte le nuove generazioni. Sono gli adulti il problema. La loro istruzione è spesso lacunosa a causa di politiche sull’istruzione tardive e farraginose. In Nepal infatti la scuola costava (e costa tutt’ora) e molti bambini vengono tenuti a casa. Solo di recente sono stati fatti investimenti considerevoli per spingere le famiglie a mandare a scuola i figli, aumentando fino a oltre il 90% il tasso di alfabetizzazione complessivo. Come in Italia, convivono sistemi di istruzione pubblica e privata.

Le caste

Come in India, anche in Nepal esistono le caste. Sono tre: alta, media, bassa. Il sistema delle caste non è direttamente proporzionale all’etnia, tuttavia c’è una compenetrazione tale da posizionare un popolo all’interno dell’una o dell’altra casta. Per esempio i Gurung sono di etnia medio-alta, ma al loro interno si riconoscono individui di livello inferiore. Stando così le cose, anche all’interno di una stessa etnia ci sono delle gerarchie molto rigide (seppur non rigidissime come in India). Per esempio se un membro di casta superiore si ferma a fare acquisti in un negozio di un proprietario di casta inferiore, tra loro non ci può essere contatto. Nemmeno attraverso gli oggetti. I prodotti e le banconote vengono lasciati sul bancone in modo tale da evitare “contaminazioni”. Tuttavia l’ascesa sociale non è preclusa. Una persona di casta bassa può sposarsi con un’altra di classe superiore, purché ci sia il consenso delle famiglie. Il nulla osta non è scontato e in caso di diniego si può essere diseredati.

I Newari: artigiani e scultori nella valle di Kathmandu

Una delle etnie più numerose del Nepal è quella dei Newari. Vivono prevalentemente nelle grandi città (Kathmandu, Patan, Bhaktapur, Pokhara) che nell’antichità hanno contribuito a costruire. L’origine della loro lingua è tibeto-birmana con qualche influenza indo-ariana. I Newari sono famosi per aver sviluppato diversi stili architettonici diffusi in tutto il Paese (e non solo) e hanno inventato il tempio a pagoda che ha trovato fortuna in buona parte dell’Asia orientale. La loro fama si deve anche alla danza, alla gastronomia e alla lavorazione del legno.

Vasai di strada

Nei vicoli che si diramano dalle piazze principali, poco lontano dai templi che hanno reso Bhaktapur patrimonio Unesco, si respira un’aria che sa di antico. Giovani e meno giovani si affannano per estrarre dall’argilla vere forme d’arte, che poi vengono dipinte e decorate a mano. Tra i motorini e i camioncini strombazzanti, turisti che hanno apparentemente smarrito la via per le pagode e i mercanti che cercano di rifilare la propria merce, giacciono distese di vasi. A volte intere piazze vengono sfruttate come grandi depositi, quasi fossero un museo a cielo aperto. Per 200 rupie nepalesi (nemmeno due euro), qualche artigiano fa anche provare a maneggiare l’argilla grezza. Non ci vuole molto dopotutto. Le botteghe danno direttamente sulla strada e spesso qualcuno si siede comodamente sui marciapiedi a produrre le proprie piccole opere d’arte. La strada diventa una piccola officina. Le persone si fermano a chiacchierare, si scambiano consigli e non hanno paura a farsi fotografare dai passanti.

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