Sì al latino, no al cirillico. La proposta del Kazakistan e del Kirghizistan

No al cirillico, sì al latino. Il presidente kazako Nursultan Nazarbaev ha incaricato il governo di preparare entro la fine dell’anno il passaggio dell’alfabeto kazako verso l’alfabeto latino. A dichiararlo è stato il presidente stesso in un articolo pubblicato sul sito del governo del paese, come rivela il sito Russia in Translation. Entro il 2018 dovrà essere elaborato un unico standard del nuovo alfabeto kazako e della grafica.
Ma il Kazakistan non è l’unico Paese dell’area a voler abbandonare l’alfabeto che fu dell’impero zarista. Anche il Kirghizistan ha programmato una rivoluzione alfabetica a vantaggio del latino. La rivista Večernyi Biškek conferma che la proposta è stata avanzata il 13 aprile dal deputato anybek Imanaliev del partito “Ata Meken”.
Sempre il sito Russia in Translation rivela che “il cirillico è il nostro patrimonio intellettuale e, naturalmente, continueremo ad usarlo. Ma abbiamo bisogno di passare all’alfabeto latino entro il 2030-2040 dato che è una necessità del nostro tempo” ha fatto notare Imanaliev.
Ma cosa significa questo abbandono?
Il cirillico nasce come mezzo di comunicazione in ambiente ecclesiastico, ma già Pietro I il Grande, nel XVIII secolo aveva in progetto di utilizzare i caratteri latini. Non se ne fece niente. Per una  nuova proposta di “latinizzazione”, quindi, si dovette attendere la rivoluzione d’ottobre e la caduta dello zarismo nel 1917. Le menti del progetto erano Vladimir Lenin e Lev Trotsky. Alla base dell’idea c’era la volontà di esportare più facilmente la cultura proletaria della rivoluzione comunista e diffondere gli ideali nati dalle ceneri dell’impero. Secondo il pensiero del Commissario del popolo all’istruzione dell’Unione Sovietica, Anatolij Lunacharskij, l’alfabeto latino avrebbe semplificato notevolmente lo studio della lingua russa per “i proletari di tutto il mondo” e inoltre l’alfabeto russo poco adatto “ai movimenti dell’occhio e della mano dell’uomo contemporaneo”, venne dichiarato “un anacronismo della grafia di classe dei secoli XVIII e XIX dei proprietari feudali e della borghesia” e “la grafia dell’oppressione assolutista e della propaganda da missionari”, rivela il sito Rbth.
Ma si fece di più.
Rbth scrive che “dopo la fine della guerra civile nel 1922, in Unione Sovietica, venne avviata un’edificazione linguistica di dimensioni uniche (“nativizzazione”), che proclamava il diritto di ciascun popolo, anche il più piccolo, a impiegare la propria lingua in tutte le sfere della nuova vita socialista. Il nuovo potere stanziò enormi finanziamenti per la creazione di alfabeti, dizionari, manuali e per la preparazione degli insegnanti: anche le più piccole unità territoriali”. Un progetto enorme di cui ora, a distanza di anni si vorrebbero avvalere, in qualche modo, sia il Kazakistan che il Kirghizistan.
Questa volontà, però, fu interrotta da Stalin. L’uomo forte del partito comunista, una volta preso il potere nel 1924, ripropose una visione prerivoluzionaria dello Stato, abolendo definitivamente le aperture nei confronti delle altre minoranze. Nel 1936, invece, le lingue latinizzate dell’Unione Sovietica iniziarono a essere ritradotte in massa in cirillico allo scopo di avvicinare le lingue dei popoli dell’Unione Sovietica alla lingua russa. Di contro, gli alfabeti con caratteri latini vennero dichiarati “non idonei allo spirito dei tempi” o persino “nocivi”.
Adesso qualcuno ci riprova a scardinare il dogma staliniano. Ci vorranno anni, certo. La domanda è se questa scelta sia di carattere politico o meno. Un allontanamento non solo politico (avvenuto agli inizi degli anni ’90), ma adesso, in parte, anche culturale.
Il tempo ce lo dirà.

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