Il mercato del fotogiornalismo di guerra

Il mestiere del fotografo di guerra? Più per passione che per guadagno. A parlare è Alessandro Rota, classe 1988, un giovane fotoreporter che ha lavorato in Paesi come Iraq, Afghanistan, Sud Sudan e Somalia, pubblicando sia in Italia che all’estero. Terminati gli studi di design al Politecnico di Milano ha frequentato corsi serali di fotografia per poi diplomarsi al Master in fotogiornalismo all’Università di Westminster di Londra nel 2011.  Da una chiacchierata con lui qualche giorno prima che partisse per Mosul è emerso un quadro a tinte fosche sul mestiere del fotografo di guerra. Lui ha cominciato come tanti ragazzi appassionatisi a questo mestiere. Libano e Zambia i primi viaggi poi il Sud Sudan, documentando una guerra che lui definisce “strana, dove tutto accade lontano dagli occhi di tutti e dove puoi raccontare solo le conseguenze”.   Anche uno come lui che ha pubblicato su Repubblica, Der Spiegel, Le Figaro e altri sa bene quanto questo lavoro non offra aspettative di remunerazione particolarmente alte. Inoltre “il mercato italiano è piccolo come è piccola l’Italia e sono pochi i lettori”, continua Alessandro. Se poi paragoniamo proprio il numero di lettori con Usa o Regno Unito, il risultato è impietoso. Il suo punto di vista si allinea con quello di Chiara Mariani, photo editor di Sette e Il corriere della Sera e Gian Mattia D’Alberto, fotografo dell’agenzia La Presse.

“C’è una sovrapproduzione di materiale, il digitale ha semplificato tutto”, dice D’Alberto. Tutti si sentono fotografi e “solo chi ha idee valide riesce a distinguersi dalla massa. Non sempre chi fa la foto più bella riesce a piazzarla”. Insomma la bellezza non è sinonimo di qualità (giornalistica ovviamente).

©dphoto Attrezzatura di un fotografo di guerra
©dphoto Attrezzatura di un fotografo di guerra

Poi c’è un problema fisiologico. “In Italia non c’è la cultura dell’immagine”, denuncia Mariani. La cosa migliore che i due consigliano è quella di affiancarsi a un fotografo che si stima e lavorare molto sul campo. Pratica, pratica e ancora pratica. Ma per farlo bisogna essere preparati. Non si può andare all’avventura. Alessandro lo ha fatto duramente per poter essere pronto ai teatri di guerra. Ha partecipato a dei corsi di sicurezza in Inghilterra che simulano con mezzi, uomini e situazioni, gli scenari di guerra. Alto il costo, circa 3mila sterline per una settimana.

Insomma se si vuole fare il fotoreporter freelance bisogna investire in attrezzatura (e anche lì sono 2mila o 3mila euro), corsi e mezzi di trasporto. Inoltre la gran parte delle pubblicazioni avviene sui giornali cartacei e tutti sanno in che situazione economica sono le maggiori testate quotidiane italiane. Quindi si va all’estero, ma lì il mercato è ancora più competitivo. Inoltre, continua Alessandro, molti fotografi puntano sui concorsi per farsi conoscere e mettere in mostra il proprio valore anche se i festival pagano molto poco. Poi ci sono le gallerie d’arte. Se si è fortunato una foto può essere venduta a svariate migliaia di euro, ma in quel caso contano il nome e la fama.

Ma c’è un modo per uscire dal pantano. Alcuni bandi dell’Unione europea finanziano numerosi progetti fotogiornalistici in giro per il mondo. Una sorta di borsa di studio per portare avanti le proprie ambizioni fotografiche.

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