Nadia Murad, la sopravvissuta allo Stato Islamico

Ho assistito a un incontro di Nadia Murad Basee Taha, 22 anni, giovane yazida rapita dall’Isis due anni fa che è poi riuscita a scappare dai suoi carnefici riparando dapprima in Kurdistan e poi in Germania. L’ho vista di persona in occasione del Festival dei diritti umani alla Triennale di Milano. Due cose mi hanno colpito di lei; il coraggio con cui riesce a parlare di ciò che ha subito e lo sguardo. Occhi che fanno gelare il sangue. Sembra che le abbiano strappato via l’anima. Questa, ovviamente, l’impressione che mi ha dato quando ce l’ho avuta davanti.

Il suo intervento davanti alla platea alla Triennale (in arabo ma con traduzione italiana di una interprete) è stato molto coinvolgente. Questi i passaggi più interessanti:

Ho parlato così tanto dei crimini dello Stato Islamico a tal punto che mi sono stancata, visto che non c’è nessuna azione effettiva a livello internazionale.

La mia comunità è stata soggetta a uno dei più terribili genocidi. Ho parlato delle donne e dei bambini che sono le prime vittime quando si parla di guerra. Ho parlato delle 6 mila donne yazide che sono state sottoposte alla schiavitù sessuale, spirituale e fisica. Ho parlato di me stessa, dello stupro collettivo e individuale e del fatto che sono stata comprata e venduta dallo Stato Islamico. Ho parlato dei miei sei fratelli uccisi e di mia madre. Ho parlato del mio villaggio e dei villaggi che sono stati distrutti. Ho parlato degli uomini che sono stati massacrati e delle loro donne che sono state prese come schiave. Non dovrei parlare solo di quelle yazide, ma anche delle donne dell’Iraq e dell’Africa. Forse avrei dovuto citare il patrimonio umano che è stato distrutto, come Palmira in Siria. Avrei dovuto parlare anche dei resti della civiltà assira che sono stati completamente distrutti. Avrei dovuto parlare dei ragazzi che sono stati traditi dallo Stato Islamico e che combattono l’Isis in prima fila. Loro vengono uccisi e sono coloro che sacrificano la loro vita per l’umanità. Ogni uomo che alza un’arma contro l’Isis merita la nostra considerazione. Ad oggi 800 donne sono ancora schiave. Ai bambini viene fatto il lavaggio del cervello nei campi per trasformarli in kamikaze contro l’umanità. Il 90% degli Yazidi vive ancora nei campi. Non si possono distruggere i templi e i monumenti. Una persona che fugge dal genocidio non può trovare le porte del mondo chiuse.

Brutale nel suo racconto e rimane fredda, tranne qualche attimo in cui la voce si interrompe per l’emozione. Ha già parlato in pubblico Nadia. Lo ha fatto anche davanti alle Nazioni Unite. Poi attacca le potenze occidentali.

L’Isis non è un seme che è cresciuto in una sola stagione. È nato perché gli interessi internazionali gli hanno permesso di stare in piedi. Noi persone normali non riusciamo a costruire una casa in 10 anni. Come è possibile che una organizzazione di bestie possa raccogliere 100 mila bestie intorno a se in un territorio pari a quello dell’Italia? C’è chi ha aiutato lo Stato Islamico a nascere e l’ha sostenuto finanziariamente. E c’è chi l’ha visto nascere e non ha agito.

Coraggio e forza da vendere. Le donne sono al centro della prima edizione del Festival dei diritti umani alla Triennale di Milano. In serata, dopo il discorso di Nadia, è stata presentata la mostra fotografica “Sheroes” dedicata alla fotoreporter Leila Alaoui, marocchina di 33 anni, morta a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, il 18 gennaio 2015 durante un attentato di Al Qaeda. Il tema della mostra è quello delle spose bambine.

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