I “Border artists”. L’arte “al limite” tra Usa e Messico

Quello messicano è probabilmente uno dei confini più controllati e pericolosi al mondo. La linea che divide dagli States è una delle trincee più tristemente note. Tanti, troppi i morti tra chi aspira all’American Dream. In questo articolo non parlerò di chi non ce l’ha fatta o di chi è riuscito a mettere piede negli Usa. Non parlerò di chi si nasconde all’interno dei sedili degli autobus per passare illegalmente la dogana.

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La linea di confine tra Usa e Messico che interessa 4 Stati americani e 5 messicani. Foto da Global.net

 

Un migrante si nasconde all’interno di un sedile. Foto da Corrieredellasera.it

Non parlerò dei più di 5mila morti negli ultimi 15 anni e delle xenofobe retoriche americane nei confronti di chi fugge dalla povertà e dalla criminalità organizzata. Stavoltà si parlerà di arte, quella di chi rimane e vuole abbattere le barriere artificiali attraverso la pittura, i graffiti o la scultura. Ana Teresa Fernandez è un’artista che ha deciso, assieme ad altri 30 volontari, di dipingere di blu 30 piedi di muro metallico al confine americano all’altezza della città di Nogales. Il blu, proprio il colore del cielo. Per dare un colpo d’occhio diverso a chi viene da lontano. Per cancellare idealmente quell’ostacolo tanto odiato.

 

Questo muro è diventato un simbolo di dolore, un simbolo dove noi piangiamo la morte di chi non ce l’ha fatta

 

ha detto la donna che non si è risparmiata dall’identificare quella frontiera come una pietra tombale.

Ana Teresa all'opera ©Valeria Fernandez/AP
Ana Teresa all’opera ©Valeria Fernandez/AP

 

Uno dei volontari, Luis Guerra, 36 anni, che è stato deportato nel 2013 nonostante abbia vissuto negli Usa fin dall’età di 13 anni, ha deciso di dare una mano. Per Ana è una musa ispiratrice. Le dà forza. L’uomo ha anche due bambini nati in America, ma non può vederli perché non ha diritto di tornare indietro.

Così almeno non mi sento in galera

Ha detto Luis.

Ad inizio 2015, alla Triennale di fotografia di Amburgo, è stato presentato il progetto di Stefan Falke chiamato “La Frontera”.  L’autore ha percorso i 200 km di confine documentando il fermento culturale e artistico lungo il “fence“.

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Musica, graffiti e fotografia. Ognuno usa i propri strumenti. Ognuno critica ferocemente la gabbia, le sbarre, la prigione come può.

Sul sito Isla è uscito un articolo scritto da Antonio Prieto davvero molto interessante. L’uso dell’arte è uno strumento prima di tutto politico. Il gruppo con base a San Diego chiamato Border Arts Workshop/Taller de Arte Fronterizo (BAW/TAF), ad esempio, è formato da giornalisti, artisti e studenti di entrambe le nazionalità. Il suo compito è quello di mettere al centro di un disegno politico, attraverso l’arte, le tensioni tra Messico e Stati Uniti. Una delle contraddizioni che emerge dal lavoro di questo collettivo riguarda il NAFTA (Patto di libero scambio del Nord America). Ossia l’apertura delle frontiere per gli scambi commerciali, ma non del libero passaggio delle persone.

Una delle trovate di quest’arte di frontiera è quella di far interagire l’opera con chi la sta vedendo. Un esempio è la “Border Realities”, una struttura a forma di labirinto presentata tra il 1985 e il 1988. Perché un labirinto? Perchè fin dall’epoca del mito greco il labirinto rappresenta la complessità e l’artificiosità di determinate realtà. E c’è anche il Minotauro che rappresenta la “minaccia” di questa strana figura che è l’immigrato.

L'installazione artistica "Parade of Humanity" a Nogales ©Jonathan McIntosh
L’installazione artistica “Parade of Humanity” a Nogales ©Jonathan McIntosh

La Casa de Cambios, ad esempio è strutturata proprio così: un agglomerato intricatissimo di spazi diversi: dogane, uffici di controllo passaporti o negozietti per i souvenir. Un’ironica sovrapposizione tra turismo e posti di controllo.

La Marea Nocturna di Helen Escobedo nel 1994 ©Museo Arte Moderna di Città del Messico
La Marea Nocturna di Helen Escobedo nel 1994 ©Museo Arte Moderna di Città del Messico

Ma ci sono altri progetti di questo tipo, come quello di Helen Escobedo chiamato Marea Nocturna sulle spiagge di Tijuana. Tre navi fatte di materiali di scarto, rappresentanti le galee usate da Cristoforo Colombo nei suoi viaggi nel Nuovo Mondo. Queste navi sono costituite da una sorta di catapulte che dovrebbero lanciare noci di cocco oltre la barriera americana.

Installazione artistica a Tijuana nel 1998. ©Tanya Aguiñiga
Installazione artistica a Tijuana nel 1998. ©Tanya Aguiñiga

Una sfida simbolica alla militarizzazione dell’area. Inoltre, sempre nell’ambito di attività bilaterali, all’Università del Texas a Brownsville gli studenti hanno inaugurato una Conferenza letteraria bilingue, dove sono intervenuti studenti messicani e statunitensi, mentre la Borderlands Theatre Company mette in scena spettacoli invitando chiunque a partecipare. Poco importa la nazionalità.

Anche il giornalismo fa la sua parte. All’Università di San Diego è stata fondata la Binational Press, una testata che si occupa prevalentemente di eventi legati alla frontiera con professionisti provenienti da entrambi i fronti.

L’arte lungo la frontiera è un’esperienza quasi mistica. Attraverso semplici oggetti quotidiani si dà l’idea di una realtà viva e tragicamente attuale. La gente muore. Ma l’unico modo per ricordare quelle vittime è attraverso l’arte. Un’operazione mnemonica per non dimenticare. 

Il motore di questa ispirazione? La rabbia.

 

 

 

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