Cittadinanza fantasma: la storia di Debora Jaacoub

Questo è un lavoro che ho portato avanti insieme alla mia collega Marta Latini. Abbiamo affrontato il tema dell’apolidia attraverso la testimonianza diretta di Debora Jaacoub, una giovane apolide che vive a Cologno Monzese, in provincia di Milano. Tutte le interviste audio e video e le fotografie sono state realizzate esclusivamente da noi.

Il lavoro è stato pubblicato recentemente qui, sul sito de Il Corriere della Sera.

“Il termine ‘apolide’ indica una persona che nessuno Stato considera come suo cittadino nell’applicazione della sua legislazione”. (Art. 1, Convenzione di New York, 1954)

Debora nasce a Reggio Emilia nel 1988, ma sulla sua carta di identità non c’è scritto “italiana”. Anzi: lei una carta di identità, per anni, non l’ha mai avuta. Figlia di madre libanese, a causa di una contestazione da parte dell’ambasciata di Beirut in merito alla cittadinanza della madre, Debora vive come un fantasma per 25 anni. Senza documenti. Questa condizione ha delle conseguenze molto precise sulla sua quotidianità. Ad esempio: dopo aver terminato la terza media, sceglie di lavorare ma non può ottenere un contratto. A 19 anni, si sposa ma solo con rituale religioso, perché non ha documenti da presentare in Comune. Suo marito è italiano e hanno due bambini.

Ma già a 15 anni Debora inizia a porsi il problema. Manca qualcosa alla sua vita. Le sue amiche possono viaggiare, lei no. Agli occhi della legge non esiste. Da quel momento inizia la prima fase della ricerca di una soluzione. La prima cosa che pensa è trovare un avvocato, per chiedere spiegazioni al Consolato. Ne incontra due: uno costa 1.500 euro solo per la consulenza, l’altro 300 e neppure si presenta all’appuntamento. Allora forse è meglio fare da soli: Questura, Tribunale e Comune di Milano, Ambasciata libanese. Le suole delle scarpe di Debora si sono consumate a salire e scendere quelle scale. Per un po’ è costretta anche a gettare la spugna.

2012, è questo l’anno in cui cambia tutto. Per due motivi: conosce un terzo avvocato, che segue dall’inizio alla fine il suo caso. Insieme, dopo qualche mese, giungono a una conclusione inaspettata e decisiva. Diventare apolide. O meglio, chiedere il riconoscimento di questo status giuridico. Optano per la procedura giudiziaria, avviano le pratiche e dopo circa due anni ottengono l’apolidia. Ora sul permesso di soggiorno c’è questa scritta, in attesa di essere sostituito dalla cittadinanza vera e propria. Potrebbe essere anche cinese, confessa Debora, le andrebbe bene. A pensarci bene però lei si sente un po’ più italiana.

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Non poter votare, non potersi sposare, non poter riconoscere i propri figli. Il termine “apolide” ha un sapore antico (dal greco “apolis”, letteralmente “senza città”), ma per un gran numero di persone questa definizione è attuale. Essere apolide significa vivere in un limbo al di fuori della comunità, lontano da diritti basilari. In questa categoria rientrano circa 10 milioni di persone nel mondo, di cui 600 mila in Europa, tra profughi di guerre, vittime di errori burocratici e appartenenti a Stati o gruppi sociali non riconosciuti. Difficile fare un bilancio: non è semplice raccogliere i dati dai singoli Paesi, che riguardano comunque solo gli apolidi per legge. In Italia — secondo la Comunità di Sant’Egidio — ci sono circa 15 mila senza cittadinanza, venuti prevalentemente dalla ex Jugoslavia, ma anche dalla ex Urss, dal Tibet e dalla Palestina. L’Istat, basandosi sulle registrazioni alle anagrafi comunali, ne rileva 747. Al primo gennaio 2015 le prime tre città per numero di apolidi sono Roma (81), Pordenone (43) e Rimini (38).

Al problema dei “senza patria” si è cercato di trovare una soluzione con due Convenzioni delle Nazioni Unite, nel 1954 e nel 1961. La prima inquadra la tematica sia da un punto di vista sociale che giuridico senza però entrare nel merito dei processi di riconoscimento. La seconda si concentra sui passaggi da seguire per l’ottenimento del nuovo status, al fine di ridurre i casi di apolidia nel mondo.

Chi si trova all’inizio di questo percorso deve avere subito chiara una cosa: la distinzione tra apolide de iure e apolide de facto. Ezio Benedetti, professore di Diritto internazionale pubblico all’università di Trieste, nel suo libro Il diritto di asilo e la protezione dei rifugiati nell’ordinamento comunitario dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, la spiega così: l’apolide de iure non è riconosciuto cittadino da nessuno Stato, mentre quello de facto è una persona che non gode di tutti o alcuni dei diritti fondamentali riconosciuti ad altri cittadini.

“L’apolide è esposto al rischio di essere vittima di lavoro nero, sfruttamento e traffico di esseri umani. L’apolidia comporta un elevato costo umano e sociale, poiché mette in discussione la percezione dell’individuo in rapporto al proprio ruolo all’interno della comunità e può portare a situazioni di marginalità, instabilità e conflitto”. (Unhcr)

Esiste in Italia, ad oggi, una legge organica sul riconoscimento dello status di apolide? La risposta è no. In termini concreti, significa che l’iter non è disciplinato da una norma univoca e che non c’è un organo unico preposto a seguirlo.

Chi vuole intraprendere il percorso per essere riconosciuto apolide può scegliere tra due procedure, una amministrativa e una giudiziaria. Nel primo caso la domanda deve essere inoltrata al Ministero dell’Interno, direttamente alla sede oppure attraverso la Prefettura. È necessario presentare atto di nascita, documentazione relativa alla residenza in Italia, ogni documento idoneo a dimostrare lo stato di apolide e ogni altro aggiuntivo che venga richiesto dal Ministero. I limiti di questa strada sono già evidenti nella sua natura: si rivolge in teoria solo alle persone che sono regolarmente residenti in Italia, quindi una piccola fetta degli apolidi.

La seconda soluzione ha un ostacolo che si presenta sul nascere. Perché per avviare il processo bisogna cercare un avvocato e un avvocato costa, a meno che non si ricorra al patrocinio gratuito, come ha fatto Debora, protagonista della nostra storia.

L’accertamento dello status di apolidia è dunque affidato a un giudice ordinario e il richiedente non ha una rosa definita di carte da reperire come nel primo caso. L’onere della prova — questo il termine tecnico — consiste nel dimostrare di non avere la cittadinanza di alcuno Stato con cui c’è stato un rapporto significativo.

In entrambe le procedure, amministrativa e giudiziaria, non è facile recuperare i certificati dalle Autorità competenti e c’è che riesce a ottenere un permesso di soggiorno provvisorio per attesa apolidia.

Una sola cosa è certa. Che per anni, spesso molti, la persona rimane scoperta a livello di diritti. Ad esempio: chi vuole studiare, può? E se sì, come?

Quando l’esito della procedura, sia essa amministrativa o giudiziaria, ha riconosciuto lo status, l’apolide ottiene un permesso di soggiorno. Occorrono altri cinque anni di residenza per far partire le pratiche al fine di ottenere la cittadinanza e godere di tutti i diritti a essa connessi (come elettorato attivo e passivo, o la possibilità di lavorare all’estero grazie al passaporto).

La condizione di un apolide de iure è infatti un ibrido. Così la definisce Lucia Tria, consigliere presso la Quarta Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione.

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Nel mondo sono solo 14 gli Stati che hanno istituito procedure in favore del riconoscimento dello status di apolide (Filippine, Francia, Georgia, Kosovo, Lettonia, Messico, Moldavia, Regno Unito, Turchia, Spagna, Svizzera, Slovacchia, Ungheria, Italia), di cui sei europei. La frase più ricorrente quando si prova a fare un bilancio sul tema è la seguente: siamo tutti sulla stessa barca e non c’è uno Stato più virtuoso degli altri. Occorre valutare la situazione Paese per Paese. Secondo i dati forniti da Chris Nash, direttore dello European Network on Statelessness, il fenomeno nell’Europa occidentale è prevalentemente legato a quello delle migrazioni.

Le persone provengono soprattutto dalle ex Repubbliche sovietiche o dai Balcani, dove la nascita di nuovi Stati negli anni Novanta ha creato una voragine nell’assegnazione della cittadinanza. Sono 320 mila gli apolidi solo in Lituania e circa 90 mila in Estonia. Le migrazioni più recenti pongono lo stesso tipo di problema. Guardiamo alla Siria e alle donne che partoriscono durante il viaggio. Il neonato quale cittadinanza avrà? Sarà siriano? Sì solo in caso in cui il padre sia vivo o conosciuto. Se invece l’uomo è morto o ignoto, la madre non potrà trasmettere la nazionalità al figlio.

Non dimentichiamoci che questa condizione può essere utilizzata anche come strumento politico. Chi fugge da un Paese viene disconosciuto come cittadino e le successive generazioni sono anche loro prive di un documento di identità. L’apolidia diventa un’arma, perché molti esuli non possono tornare nel luogo di origine. Un esempio è stato il Cile di Pinochet. Il dittatore toglieva la cittadinanza a quanti erano fuggiti all’estero, in modo tale che non vi fosse alcuna protezione internazionale da parte della propria ambasciata.

«Lo Stato italiano non mi accettava come cittadina. L’ambasciata libanese non mi riconosceva la cittadinanza. Potevo richiedere l’apolidia. A saperlo l’avrei richiesta tanti anni fa». (Debora Jaacoub)

Quadro normativo complesso. Difficoltà a raccogliere informazioni di base. Il primo passo può essere quello di rivolgersi ad associazioni o enti. Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), Amnesty International e Cir (Consiglio Italiani per i Rifugiati) sono le maggiori organizzazioni impegnate a livello internazionale, ma non mancano realtà attive anche a livello locale. A Milano, ad esempio, c’è l’associazione Naga, che aiuta gli apolidi ad avviare i vari iter e a cercare di avere dei documenti che attestino la mancanza di cittadinanza.

Anche Caritas e Comunità di Sant’Egidio si trovano ad avere a che fare con chi è senza patria. I volontari li indirizzano agli avvocati per una prima consulenza. Spesso però tra l’accoglienza e il colloquio si pone un ulteriore problema. Riguarda gli interpreti: in teoria tra persone che parlano la stessa lingua si dovrebbe creare una forte empatia, ma per i rifugiati o i migranti non sempre è così. Pietro Massarotto, presidente del Naga, spiega che tra i richiedenti asilo o potenziali apolidi c’è un forte timore che l’interprete possa denunciarli alle autorità governative da cui magari stanno fuggendo. Non è una questione da poco, impedisce di stabilire un rapporto di fiducia tra le parti e di risalire alla storia di chi cerca aiuto.

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El’Italia cosa sta facendo per colmare le sue lacune? Il 29 settembre 2015 il Parlamento italiano ha approvato la legge di adesione alla Convenzione Onu sulla riduzione dell’apolidia del 1961 (quella del ’54 era stata ratificata nel 1962). Sempre di recente, con un disegno di legge presentato in Senato il 26 novembre, sono state illustrate nuove disposizioni sulla procedura per il riconoscimento. Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani del Senato e primo firmatario del ddl, dice che la più grande novità sta nell’«ispirazione», ovvero nel «rovesciamento di un sistema ostile, a ostacoli».

Il disegno di legge nasce dal lavoro congiunto della Commissione diritti umani del Senato insieme al Cir e all’Unhcr. Quest’ultimo, nel 2012, ha emesso Le Linee Guida n.2 sull’apolidia per “fornire consigli giuridici ai governi, alle ONG, a coloro che lavorano in ambito legale, ai decisori e ai magistrati, così come al personale dell’UNHCR e delle altre agenzie dell’ONU attive nel campo dell’apolidia”. Due anni dopo ha promosso la campagna I BELONG con l’obiettivo di porre fine all’apolidia entro il 2024.

Al centro della campagna un dato: ogni dieci minuti nasce un bambino apolide, spiega Helena Behr, Senior Protection Associate dell’Unhcr.

Allo stesso modo anche il Cir si è attivato per ridurre il numero di “senza città”. La campagna Nessun bambino in Europa deve essere apolide, avviata nel 2014, vuole risolvere il problema di queste cittadinanze mancate.

Gli equilibri geopolitici sono soliti cambiare rapidamente e di conseguenza anche l’emergenza migratoria. Le iniziative di sensibilizzazione hanno lo scopo di dare orientamenti e sollecitare le legislazioni nazionali che sono indipendenti le une dalle altre. Il problema principale oggigiorno, in Italia, è portare a termine percorsi troppo lunghi e complicati, non accessibili a tutti. Debora per una serie di fattori è arrivata fino alla fine, eppure non è ancora riuscita a raccontare la verità ai suoi amici.

«Oltre ai miei familiari nessuno sa che sono apolide. Mi vergogno, anche se non ne ho colpa». (Debora Jaacoub)

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