Essere apolidi: numeri e testimonianze

Essere apolide significa essere un fantasma.

Non ci si può sposare o avere assistenza medica. La propria sopravvivenza dipende dal nero o dall’assistenzialismo.

Sono come in quarantena

dice Nustret, di origine montenegrina

 

Si diventa apolidi

 

  • Se si è figli di apolidi o se si è impossibilitati a ereditare la cittadinanza dei genitori;
  • Se si è parte di un gruppo sociale cui è negata la cittadinanza sulla base di una discriminazione;
  • Se si è profughi a seguito di guerre o occupazioni militari;
  • Per motivi burocratici, se lo Stato di cui si era cittadini si è dissolto e ha dato vita a nuove entità nazionali (ex URSS, ex Jugoslavia…);
  • Per conflitti nella legislazione tra Stati.

 

Secondo i dati Unhcr sono 10 milioni gli apolidi nel mondo, ma solo 64 Paesi hanno dichiarato i numeri all’agenzia. Metà sono bambini.

Untitled Report

In Italia il Comune con più apolidi è Roma con 81. Seguono Pordenone con 43 e Rimini con 38. Giù poi Milano (24), Torino (22), Vicenza (21), Aprilia (20), Reggio Emilia (11), San Benedetto del Tronto (11), Firenze (10) e Padova (7). Difficile dire quanti ce ne siano nel nostro paese. I dati Istat parlano di più di 700 apolidi riconosciuti, La Repubblica, lo scorso anno, parlava di 15mila senza cittadinanza non rintracciati.

Due i principali strumenti normativi internazionali in materia di apolidia: la Convenzione del 1954 e la Convenzione sulla riduzione dell’apolidia del 1961. Purtroppo ben pochi i tentativi per fare davvero qualcosa. L’Italia, ad esempio, non ha sottoscritto la convenzione del 1961 e attualmente tutti gli apolidi dipendono dall’assistenza dei vari Comuni in base alle disponibilità economiche e alla sensibilità degli amministratori locali. Nel mondo, Amnesty International ha più volte condannato la discriminazione nei confronti della minoranza Bidun in Kuwait. Anch’essi apolidi.

Ma c’è anche la storia di Yousef Ibrahimkhas, giovane giornalista politico di 28 anni di origine iraniana, costretto a fuggire per evitare le persecuzioni della teocrazia persiana. Fuggito in Iraq, Aram (così si fa chiamare) non è riuscito a farsi tutelare come rifugiato politico in quanto attivista della fazione filocurda irachena. Ha lottato in molti media curdi e quando ha cercato rifugio in Turchia, ogni sua istanza è stata respinta. Anche Ankara, gli ha rifiutato la protezione internazionale e ha trovato salvezza in Siria. Ha vissuto come profugo e apolide dal 2008 e continua a vedersi negati i diritti basilari in ogni Stato in cui è considerato scomodo.

E pensare che per noi “cittadini” a volte “scappa” di dimenticare la patente a casa. Per altri, la patente è un lusso.

 

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