Stazione Centrale di Milano: dove i migranti aspettano il loro “treno”

Joe viene dal Gambia. Si presenta sorridente, vestito con una maglietta nera, cappellino che scende di traverso sugli occhi e jeans larghi. Mi saluta quando mi nota con la macchina fotografica e in un inglese stentato mi chiede chi sono. Gli dico che sono un semplice turista e mentre parlo si siede sul muretto. Mi siedo con lui. Ne approfitto per fare due chiacchiere.

Gli offro due sigarette e mi dice qualcosa di lui. É venuto da solo e si trova alla Stazione Centrale da un mese. É in cerca di lavoro, ma per adesso la sua casa è lo spiazzo antistante all’ingresso principale. Passa le sue giornate con altri africani lì presenti, chiacchierando o facendo due tiri a pallone. Perchè sì, la piazzetta è luogo di aggregazione per chi arriva senza un soldo in tasca.

Avrà all’incirca la mia età o comunque non più di trent’anni. Prova a convincermi a prestargli il telefono per chiamare la sua famiglia, la sua mamma. Dice che non la vede da tanto e che vorrebbe salutarla e dirle che va tutto bene.

Alle nostre spalle ci si ripara dal caldo torrido di luglio sotto gli alberi e si smangiucchiano dei frutti. Ci sono anche bambini che corrono qua e là, mentre le madri li osservano da lontano con altri pargoli in braccio. Alcuni di loro avranno meno di un anno.

Se l’ombra non basta, c’è chi cerca ristoro con l’acqua di una fontanella, usata anche per lavarsi, senza sapone. Meglio di niente.

Dando un’occhiata in giro, di primo acchito si individuano due macroaree di provenienza; il nordafrica e la fascia subsahariana. Chi ha i tratti meno marcati e la pelle più chiara tipica degli arabi, e chi, come Joe, i lineamenti più definiti e la carnagione più scura. Difficile capire gli Stati di provenienza. Non è scontato che alcuni possano arrivare anche dal Medioriente.

Piazza Duca d’Aosta si è trasformata in una sorta di dogana. Sono tutti lì che aspettano…il proprio “treno”.

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