Genocidio armeno: quando il lessico decide le relazioni internazionali

Quando si parla di Armeni, si tocca una questione bollente. Di genocidio si è parlato già qui, ma l’argomento ritorna con forza, dato che quest’anno ricorre il centenario della persecuzione ottomana nei confronti del popolo armeno.

Le scorse settimane sono state interessate dalla polemica tra il Vaticano e la Turchia, in quanto il Papa ha parlato pubblicamente di genocidio. Il primo ministro turco Ahmet Davutoglu si è detto decisamente irritato dalla presa di posizione di Francesco auspicando un cambio di direzione nella politica estera della Sant Sede.

Ma se S. Pietro spalleggia il lutto armeno, dall’altra parte delle mura leonine il governo italiano, durante la commemorazione del 23 aprile in Parlamento, ha preferito la linea morbida. La rappresentante del Partito Democratico Flavia Piccoli Nardelli, nel suo intervento in aula, non ha mai parlato di genocidio, preferendo driblare l’argomento e parlare di “tragica vicenda“. Una questione semantica? Forse. Sta di fatto che nella diplomazia le parole hanno un valore e l’ambasciatore armeno Sargis Ghazaryan, spettatore dalle tribune del pubblico, è uscito infuriato. Solo le opposizioni e la presidente della Camera, Laura Boldrini, non si sono tirati indietro nel pronunciare la parola tabù. Non è stato sufficiente. Il governo aveva già preso posizione.

Ahmet Davutoglu, primo ministro turco.
Ahmet Davutoglu, primo ministro turco.

In Europa le cose stanno un pò diversamente. La Germania, dopo un periodo negazionista, si è decisa a riconoscere il genocidio armeno, così come l’Austria e il Parlamento Europeo. Davutoglu ha aspramente criticato l’establishment europeo dichiarando che questa decisione potrebbe aumentare l’odio tra i due paesi.

Oltreoceano Stati Uniti e Onu hanno usato il guanto di velluto. Obama e Ban Ki Moon hanno preferito non irritare la suscettibilità di Ankara. Hanno taciuto sul genocidio. Insomma, la morte di circa 1,5 milioni di Armeni tra il ’15 e il ’17 (sul numero gli storici ancora discutono) è stata semplicemente archiviata con l’espressione “vite perdute in quel periodo orrendo”. E pensare che Obama nel 2008, da senatore, sembrava deciso a riconoscere lo sterminio armeno.

E ora? Ora è presidente di un paese alleato della Turchia. Sono cambiate le condizioni e di conseguenza anche il messaggio e l’opportunità politica.

Il 24 aprile, a Erevan, in Armenia, si è celebrato il ricordo del massacro ottomano e tra i rappresentanti di 40 paesi nel mondo, hanno partecipato anche Putin e Hollande. Russia e Francia, da tempo, parlano di genocidio.

Se si deve accusare qualcuno di genocidio è meglio farlo con paesi poveri o con uno scarso potere internazionale come nel caso del Ruanda nel 1994, Sudan nel 2003 o Cambogia negli anni ’70. Ma nel caso della Turchia? Il potere politico ed economico di Ankara impone cautela.

É tutta una questione lessicale, dunque. Genocidio è un termine “politically incorrect”. Meglio parlare di “strage” o “tragica vicenda”. Cambia la forma, il concetto rimane e sono tutti (o quasi) più contenti.

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