Questione curda: indipendenza, autonomia, confederalismo

Bandiera curda. Foto da Wikipedia. Autore Jim Gordon.
Bandiera curda. Foto da Wikipedia. Autore Jim Gordon.

Dopo un periodo di amnesia, con lo Stato Islamico i media mondiali sono tornati a parlare dei Curdi.

L’ “occidente” si prodiga, retoricamente e ipocriticamente, nel celebrare la dura resistenza in Iraq e in Siria, nonostante in passato abbia più volte voltato la faccia dall’altra parte rispetto al problema della nazione curda.

Il problema non é di oggi. Da anni se ne parla, a volte anche a sproposito, rischiando di fare “di tutta l’erba un fascio”. In questo post voglio proporre una piccola chiacchierata fatta con Francesca La Bella, collaboratrice dell’agenzia Nena News, riguardo l’attuale situazione curda in Medioriente.

«Da un’unica entità nazionale, si è giunti ad una divisione in quattro “rami”, soprattutto a seguito del patto di Losanna del 1923 che ha definitivamente lasciato tramontare l’idea di un Kurdistan indipendente come il patto di Sèvres e lo smantellamento dell’impero ottomano avevano lasciato sperare nel 1920. Si é poi verificata una dura repressione della loro identità nei territori in cui essi vivevano».

La repressione da parte dei governi é stata una costante nella storia curda, tuttavia é importante comprendere come vi siano delle notevoli differenze all’interno dell’universo curdo. Spiega ancora Francesca La Bella:

«Ci sono diverse considerazioni del popolo curdo negli Stati interessati dalla loro presenza. In Iraq, il KRG, il governo regionale curdo, gode di una notevole autonomia. Forte dell’appoggio statunitense ha da sempre intrattenuto rapporti economici con i Paesi vicini, in particolare con la Turchia. La potente famiglia Bārzānji, ad esempio, ha abbandonato l’idea dell’indipendenza in favore dell’autonomia, in virtù della ricchezza che derivava dal commercio di petrolio».

Tanto bastava. Allo stato attuale, inoltre, il Kurdistan iracheno, rispetto al debole governo centrale di Baghdad «È un punto di riferimento anche per le potenze occidentali». Si pensi alla questione delle famose armi inviate ai curdi che ha tenuto banco tra agosto e ottobre del 2014. Rifornimenti che sarebbero dovuti andare a rimpinguare gli arsenali dei “curdi” (in generale) e invece erano destinate esclusivamente ai peshmerga iracheni (e non al PKK, considerato ancora un’organizzazione terroristica). Qui e qui due articoli al riguardo.

Ma la situazione cambia drasticamente in Iran, Siria e Turchia.

Teheran ha da sempre ostacolato la nascita di una regione autonoma e i curdi hanno subìto continue oppressioni e deportazioni. «Lì le prospettive di autonomia sono ridotte a zero».

In Siria «i Curdi hanno adottato una strategia che non fosse né a favore, né contro Bashar al-Assad. Hanno difeso il loro territorio creandosi un’autonomia di fatto».

Poi si passa alla nota dolente della Turchia. Ankara é rigida tanto quanto se non più di Teheran, vista anche la composizione della sua popolazione: «Eccezion fatta per i turchi, l‘etnia curda é la più numerosa del Paese. Nelle zone più prossime alla Siria il 90% della popolazione é curda, anche se la dirigenza (professori, amministratori, funzionari pubblici ecc…) sono turchi. Anche in città come Istanbul, Ankara o Smirne vi sono grandi comunità curde».

L’indipendenza fa paura al governo turco.

«Ankara ha tentato anche di corrompere i curdi siriani al fine di indebolire spinte autonomiste. Ma non c’é riuscita»

C’é poi la questione Kobane. La Turchia si é trovata tra tre fuochi; Is, Curdi e coalizione anticaliffato. Ha scelto di sovvenzionare, almeno indirettamente, Al Baghdadi. «Ha sostenuto l’Is aprendogli le frontiere con la Siria, chiudendole invece ai Curdi che volevano andare a combattere».

Si é parlato (anche se poco e male) delle manifestazioni in Turchia a seguito della chiusura delle frontiere. Francesca La Bella chiarisce uno scenario interessante e in parte taciuto dai grandi media:

«Ci sono stati molti scontri in territorio turco. A Cizre, ad esempio, i curdi hanno addirittura scavato un fossato di difesa durante gli scontri».

Proprio riguardo questo episodio cito la dichiarazione del primo ministro turco Ahmet Davutoglu ripresa dall’agenzia “Anadolu” a seguito degli scontri del 28 dicembre 2014:

tutte le provocazioni non sono solo contro lo Stato, ma sono anche mirate a causare contrasti fra diversi gruppi politici e il governo non tollererà coloro che intendono trasferire nel paese gli scontri esterni alla Turchia, in particolare nelle province di confine

Se si parla di Turchia, non si può non parlare di Abdullah Ocalan, leader del PKK, in carcere dal 1999. Da lui é nata l’idea di una terza via; un «confederalismo democratico».

Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori Curdo (PKK)
Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori Curdo (PKK)

Che cos’é?

«Questa teoria si basa sul rifiuto di uno Stato nazione e sulla fondazione di un’autonomia democratica (transnazionale n.d.a.) basata su piccole comunità. Esiste già un consiglio della comunità curda, il KCK. Anche questa soluzione é altrettanto osteggiata dai governi dell’area».

E riguardo la questione Ocalan, all’ergastolo dal 2002?

«Sono stati avviati colloqui tra i servizi segreti turchi (Mit) e Ocalan al fine di raggiungere un accordo pacifico tra le parti, ma le condizioni sono state unilaterali, come, ad esempio, il disarmo del PKK».

Ma la questione curda é emersa anche in occasioni delle ultime elezioni nel 2014:

«Nell’est il partito curdo ha ottenuto il 50-60 percento dei consensi (con punte dell’80) nelle elezioni amministrative, mentre a livello nazionale il 6,2 per cento. Da sottolineare come vi sono state costrizioni da parte di forze dell’ordine turche in favore del voto palese e che molti osservatori internazionali sono stati letteralmente cacciati dai seggi elettorali».

Ankara quindi non cede nemmeno di fronte al federalismo.

«È troppo pericoloso. Rischia di minare il tessuto economico e politico non solo della Turchia ma anche dei Paesi vicini. L’unica alternativa accettabile, al momento, é il modello iracheno».

Quindi, per concludere, non ci sono prospettive per un Kurdistan libero e indipendente.

«I Curdi hanno, con varie declinazioni, scelto altre vie “politiche” per raggiungere la propria autodeterminazione. Questo non significa che non sognino di raggiungere quella che potrebbe conformarsi come indipendenza di fatto, senza esserlo di nome».

 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Un bel post che riesce a fare chiarezza sulla delicata questione curda. Bravo Alex!

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